Maturità/2, il documento del 15 maggio

L’esame che non si chiama più di maturità, ma di Stato, non è più tanto nuovo, visto che la legge che lo istituisce ha quindici anni (Legge 425/97) e il decreto presidenziale che lo regolamenta ne ha quattrordici (D.P.R. 323/1998). Figlio degli anni Novanta (cioè, sul piano istituzionale, delle “Bassanini”, del clima post-Maastricht molto segnato, anche per ragioni squisitamente interne, dalla affermazione anche nella Costituzione del principio di sussidiarietà), anche il regolamento dell’esame mostra di tenere presenti livelli diversi, dalle esigenze generali del sistema, giù giù fino alle peculiarità della singola classe.

Ecco che, accanto ad alcuni elementi fondamentali che valgono per tutti (composizione della commissione, prima e seconda materia scritta) ci sono elementi più tipicamente legati alla storia di una classe (i tre commissari interni, che vengono scelti dal consiglio di classe; la terza prova che, chissà perché, ancora molti chiamano quizzone, come aveva fatto un titolista di un quotidiano che non sapeva come altrimenti definirla) e, soprattutto, un documento che prende il nome dal giorno entro cui va redatto, il Documento del 15 maggio: un documento che, in questi giorni, sta circolando nelle classi, che trova posto negli zaini e nelle case dei maturandi italiani.

Si tratta di un testo che ha per oggetto, più che il “che cosa”, il “come”. A fianco degli argomenti svolti nelle lezioni, che costituiscono il programma d’esame, c’è la spiegazione di come si è lavorato in classe, e in vista di cosa: una spiegazione utile al commissario esterno, per capire come organizzare la verifica d’esame, e utile al maturando, per focalizzare il proprio ripasso. È, insomma, un documento operativo: ma, anche, uno dei pochi che cerchi di raccontare la scuola com’è, la scuola (come oggi si dice) dei “processi”, piuttosto che quella dei “programmi”. Merita un’occhiata, anche se non siete voi i maturandi, o i commissari.

Qualche esempio?



Diario della maturità, tutte le puntate

Napolitano, il discorso integrale di Bernardi

Buon giorno Signor Presidente
Buon giorno a tutti i presenti.

Vi ringrazio per essere qui oggi a questo importante appuntamento per la città di Pordenone. Signor Presidente della Repubblica, voglio esprimere a nome di tutto il Consiglio comunale di Pordenone l’estremo piacere di poterla avere qui con noi quest’oggi.

La voglio ringraziare per aver voluto onorare, con la sua presenza, questo luogo ove da quasi settecento anni si esercita la democrazia.

Lei, Signor Presidente, rappresenta per tutti noi un grande punto di riferimento istituzionale e forse ancor di più morale.

Lei è, in questo momento particolarmente severo e difficile per il nostro Paese, un protagonista fondamentale per la nostra vita democratica, ed ha rappresentato, e continua a rappresentare, soprattutto agli occhi delle giovani generazioni, un esempio da imitare per poter ottenere un futuro migliore per il nostro Paese.

Ha infatti svolto in questi anni, in ogni occasione ed in modo esemplare, la funzione essenziale e propria alla quale il Suo incarico costituzionale è preposto: mantenere l’equilibrio nel sistema politico costituzionale del Paese e tutelare l’osservanza della nostra Costituzione.

Con il Suo operato ha garantito, nel modo più alto ed efficace, quell’ordine di valori che si riassumono nella politica costituzionale, la quale attiene agli interessi non transeunti della collettività tutta intera.

Lei rappresenta infatti l’unità nazionale ed è inoltre, non solo il custode della nostra Costituzione, ma anche il controllore e, nei limiti a Lei assegnati, anche il promotore della sua applicazione.

Le rivolgo pertanto i sentiti ed affettuosi ringraziamenti per l’opera da Lei svolta in questi anni per il bene del Paese e di tutti noi cittadini, funzione svolta con altissimo senso del dovere e, credo di non sbagliarmi, con molto sacrificio.

RingraziandoLa nuovamente per essere qui con noi quest’oggi, formulo altresì l’auspicio e l’augurio di poterLa rivedere in futuro in questa città anche da privato cittadino.

Rivolgo infine un augurio di buona fortuna al nostro Paese per un rapido e netto miglioramento della situazione economica, sociale e politica, esprimendo nel contempo la ferma convinzione che vi siano all’interno del nostro Paese tutte le risorse necessarie e sufficienti per poter superare questa grave e, per certi versi, drammatica situazione.

Grazie a tutti e Viva l’Italia.

Il Presidente del Consiglio comunale di Pordenone
Nisco Bernardi

Napolitano, il discorso integrale di Pedrotti

Signor Presidente della Repubblica,
la città di Pordenone è orgogliosa di accogliere e salutare il Presidente della Repubblica Italiana.

Il terremoto accaduto in Emilia Romagna, che ha colpito così duramente quelle terre, ci impone di iniziare questo incontro con un atto di vicinanza nei confronti delle famiglie delle vittime e di solidarietà per chi ora deve affrontare il dopo: il Friuli ha conosciuto da vicino cosa vuol dire una tale esperienza e di quanta forza sia necessaria per reagire: ma sa anche quanto sia importante la solidarietà degli altri e il loro aiuto fattivo.

Tutto questo accade in un momento di grande cambiamento per il nostro paese. Cambiamento che tocca in modo profondo anche questa città e la nostra comunità.

Siamo inseriti in un contesto internazionale nel quale tutti i nostri modelli sono destinati ad essere profondamente rivisti, ricostruiti e riproposti.

Abbiamo avuto un lungo periodo in cui l’individuo, l’io isolato al centro della vita economica, è stato visto come libero di perseguire il proprio interesse, nella convinzione che la interazione senza regole di tali interessi sarebbe stata capace di dare il massimo a tutti, quasi magicamente.

Dal sogno ci siamo svegliati quando abbiamo visto gli scatoloni dei broker della Lehman Brothers con i quali lasciavano i loro uffici.

La realtà ci costringe oggi a riscoprire comportamenti che sostituisco il noi all’io, la condivisione alla divisione, la cooperazione alla frammentazione.

I nuovi principi necessari per affrontare la crisi vedono nella reciprocità, solidarietà e socialità i nuovi valori fondanti.

La transizione che stiamo affrontando, in questo cambio di paradigma, sarà lunga e dura. Ci coinvolgerà tutti e, alla fine, tutti saremo diversi.

La crisi tocca oggi in particolare i più deboli ed, ancor di più, i nostri giovani. Come istituzioni, dobbiamo essere loro vicini, non lasciarli soli e far sì che le nuove generazioni siamo quelle che guidino questo cambio di modello indispensabile per il paese. Le istituzioni, mai come oggi, debbono mostrare la loro solidità e presenza, con la sobrietà che i nostri tempi esigono e che debbono rispecchiarsi in una politica rinnovata e vicina al cittadino.

Grazie, Signor Presidente, per la determinazione e la forza con cui ha guidato, con il rispetto delle sue prerogative, il paese in momenti così difficili, garantendone la coesione, individuando le soluzioni più adatte alle necessità del momento e iniziando il rinnovamento.

I cittadini di Pordenone le saranno sempre grati per ciò che ha fatto e farà e vogliamo condividere la nostra gioia di averlo come nostro ospite qui, nella città del gonfalone dalle porte aperte.

Il Sindaco di Pordenone
Claudio Pedrotti

Corsi e ricorsi storici

«Mi scuso con tutti perché non riuscirò a trattenermi a Pordenone. Debbo rientrare a Roma per incontrare i presidenti delle Camere e il presidente del Consiglio per le questioni del terremoto e gli aggiustamenti per il 2 giugno.»

Giorgio Napolitano, 30 maggio 2012

«1884, 5 settembre. Sua Maestà il re (Umberto I, ndr) giunge a Venezia per venire il giorno 7 a Pordenone (a visitare le grandi corse militari in Comina, ndr). Ma ricevute gravi notizie da Napoli, flagellata dal cholera, dopo due giorni, parte per quella città insieme a Sua Altezza Reale il principe Amedeo. Molti giornali asserirono che il re aveva telegrafato al nostro sindaco: “A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore. Vado a Napoli”.»

Tratto da Vendramino Candiani, Pordenone. Ricordi cronistorici, 1901

Il discorso (mancato) di Nicola Zille

Pubblichiamo il testo del discorso che il nuovo presidente del Polo Tecnologico di Pordenone Nicola Zille avrebbe tenuto questo pomeriggio di fronte al Presidente Napolitano, se la visita non fosse stata ridotta a causa dell’emergenza terremoto.

 

In questi momenti, è crescente, e perfino esplosiva la sensazione diffusa di sfiducia, alimentata dalla durezza necessaria delle terapie: la gente non crede più che ci sia qualcuno in grado di risolvere i problemi, e l’effetto è disgregante. Alla fine, dove non è lo Stato in sé ad essere messo in discussione, lo sono alcuni elementi cardine di convivenza civile, di unità, e si apre la corsa dei soggetti individuali ad assicurarsi il posto sulla scialuppa. Una politica progettata come il Titanic: non ci sono scialuppe di salvataggio per tutti, qualcuno dovrà affondare se la nave affonda; di qui il panico, il si salvi chi può, la guerra fra poveri, fra minoranze, fra privilegiati e non. Ciò solo per capire come la capacità di innovazione, che tanti soggetti economici e di impresa hanno nel loro DNA, rischia di finire per essere scoraggiata, inutile, fino a non rappresentare più un valore riconoscibile. Quindi assente nella politica che rifiuta di rinnovarsi. Comunque indietro rispetto al Paese.

Abbiamo vissuto periodi peggiori. Certo non era facile intraprendere quando Andrea Galvani, inventore, scienziato, imprenditore, pose qui le basi della sua azienda e del nostro sviluppo industriale. Non deve essere stato facile nel secondo dopoguerra ripartire con rinnovata tensione creativa, quando Lino Zanussi decise di internazionalizzare la piccola azienda di famiglia. Da allora questa provincia non s’era più fermata, ragion per cui questa crisi stride ancor di più con quelle che per noi sono naturali pulsioni verso il progresso. Pulsioni che sono rimaste intatte e qui riaffiorano come un fiume carsico.

È con quest’animo, caro Presidente, che siamo lieti di accoglierLa qui, in questo luogo di studio, di ricerca, di impresa, che abbiamo inaugurato solo un anno fa, inserendo quell’evento all’interno dei festeggiamenti per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, da Lei così tenacemente voluti.

Fu allora definito il Polo dei miracoli, perché da anni è presieduto da un presidente e da un consiglio di amministrazione, rappresentanti di istituzioni pubbliche, di imprenditori e di banche, senza alcun compenso: fin dal suo Fondatore l’avvocato Oliviano Spadotto, delle cui intuizioni ancora ci fregiamo, per arrivare all’onorevole Michelangelo Agrusti, instancabile tessitore di relazioni e visioni strategiche, che con grande sensibilità ha ritenuto opportuno lasciare la Presidenza del Polo Tecnologito, dopo la sua nomina a Presidente di Unindustria della Provincia di Pordenone: per me veri maestri.

Polo dei miracoli, dicevamo, perché lo abbiamo realizzato in tredici mesi, ben sei mesi prima di quanto era stato previsto; perché nella sua realizzazione abbiamo risparmiato tre milioni di Euro che abbiamo restituito alla Regione; perché prima ancora che fosse terminato, tutti i laboratori erano già stati opzionati da giovani ricercatori, start-up, imprese innovative; perché si è sperimentato quello che abbiamo definito “volontariato tecnologico”, e cioè tempo gratuitamente messo a disposizione da managers di Ricerca & Sviluppo nelle nostre migliori aziende, a sostegno dei giovani ricercatori e delle giovani imprese.

Ma per noi questa è solo normalità, e ancora ci emoziona. Vogliamo pensare che tante normalità come questa rappresentino l’indizio di una volontà  tenace e positiva, presente in tante parti della nostra Regione e del nostro Paese, che si oppone con determinazione ed ottimismo all’idea cupa di un inesorabile declino.

A distanza di un anno dall’edificazione della nuova sede sono i numeri la testimonianza più vivida di questa realtà:

  • 43 imprese insediate di I livello;
  • 50 imprese insediate di II livello;

di cui 43 nuove insediate nell’ultimo anno (da luglio 2011).

I progetti ad oggi in essere sono 14 (regionali ed europei) senza annoverare i molti in fase d’istruttoria.

Grazie a questi progetti, che ci hanno permesso di instaurare rapporti di conoscenza con centri di ricerca e università estere di primo livello, il Polo è oggi attore attivo di partenariati internazionali con 3 progetti europei all’ultimo step di valutazione.

300 giovani hanno partecipato alle iniziative del Polo solo nell’ultimo anno, in attività di imprenditorialità a supporto di avvio di impresa.

Coltiviamo collaborazioni strette e continuative con  parchi tecnologici e scientifici: Area Science Park, Friuli Innovazione, Agemont; con tutti i Distretti economici del nostro territorio e non solo, con Keymec.

Ogni giorno alimentiamo i collegamenti, che riteniamo strategici, con le Università di Udine e Trieste, con il Consorzio Universitario di Pordenone, con gli istituti tecnici territoriali, quali il Kennedy (siamo soci fondatori della Fondazione ITC), culle dei nostri giovani talenti.

Abbiamo esteso la nostra rete di relazioni a livello europeo con i più importanti centri, quali: il Fraunhofer Institute Germania, Il Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, i Politecnici di Milano e Torino, solo per citarne alcuni.

È così che i nostri insediati al Polo, ogni giorno, praticano la fatica di declinare in modo moderno l’articolo uno della Costituzione: L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro… Serve uno sforzo creativo e immaginativo perché il lavoro nel presente riesca a trovare la sua giusta collocazione. Ed è questo sforzo che sta trasformando la nostra provincia da semplicemente produttiva a ideativa. Pordenone è una fabbrica di idee, e dovrà in futuro essere sempre più un punto di riferimento per chi vuole esercitare la gioia quotidiana della cittadinanza, in modo pieno e partecipato.

Se ancora ci muove l’animo dei padri fondatori dell’Italia e del Friuli Venezia Giulia, allora nessuno potrà sottrarsi alla responsabilità di ricomporre il quadro che per cinquant’anni ha garantito lo sviluppo pacifico di questa Regione e del nostro Paese. Certo, non con gli stessi strumenti, ora tecnicamente improponibili, ma facendo tesoro del clima propizio alle riforme, non rinviabili, che ha imposto la crisi. Sarebbe un errore imperdonabile accettare la logica sommaria dell’eliminazione di tutto ciò che appare non indispensabile, per il solo fatto di avere in dispetto un’intera classe politica. O peggio rincorrere, su questo piano, le sole proposte della politica nazionale, che per sua natura non può cogliere le diversità di tutte le comunità.

Dovevano aver ben chiara la nostra complessa alchimia – se non tecnicamente nei suoi aspetti etnici, culturali, linguistici, sicuramente non era sfuggita la complessità sociale che le comunità della nostra Regione, nei secoli sedimentate, mostravano  – coloro che contribuirono al varo della Legge costituzionale 31 gennaio 1963 n. 1, con cui veniva promulgato lo Statuto Speciale della Regione Friuli Venezia Giulia, se compresero la necessità di andare ben oltre il portato dello “Statuto scritto”.

La specialità ci concede il lusso di poter ridisegnare, in autonomia, l’impianto istituzionale di questa Regione. Malgrado il difficile momento, anzi, proprio per questo abbiamo il dovere di farlo. Esempi virtuosi non mancano: si tratta di tagliare su misura nuove vesti che tutti ci dovremo sentire bene addosso, come sacerdoti di una Gerusalemme ricomposta, ma nel rispetto di ciascuna liturgia.

La liturgia che pratichiamo, qui ogni giorno, è la liturgia del lavoro, e la pratichiamo ancora con una “baldanza” che ci distingue, così come amava dire Pier Paolo Pasolini:

“(…) essersi spostati verso la più progredita Venezia li riempie di una baldanza incapace di dubbi: e li fa una delle genti più liete d’Italia. Eccoli compensati: se da secoli nessuno di loro è passato alla storia, tuttavia il lavoro e la gioia quotidiani dà loro un ebbro senso di immutabilità”.

Sarà anche per questo ebbro senso d’immutabilità, se qui continuiamo pacifici ad investire sul futuro; nostro e delle generazioni che verranno dopo di noi. Il Polo Tecnologico è oggi la testimonianza avanzata di un modo nuovo di concepire il sistema statuale: al servizio delle imprese, dei lavoratori, dei giovani studenti. E’ incardinato profondamente nelle istituzioni dello Stato; sui paradigmi dell’efficienza, dell’efficacia, dell’economicità, della competitività, della sostenibilità, ha fondato la propria visione. Qui, pubblico e privato si confondono, al punto che chi vi parla, pur essendo uomo della politica, è stato individuato dalle categorie economiche a reggere l’organo di governo di questa società.

Caro Presidente, vorremmo che anche in questi giorni difficili Lei portasse con sé questo segno di speranza, di un’Italia che non si arrende, che sa stare insieme, che sa lavorare ed innovare insieme, che sa tenere insieme esperienza e novità, che ha passione, gratuità, volontà ed intelletto. È l’Italia che nei momenti difficili sa stringersi a coorte… sa mettere insieme geografie, generazioni, mondo delle imprese e delle scuole. L’Italia che ce la farà.

Sono certo che mi perdonerete, anche Lei Presidente, se termino questo mio intervento di benvenuto con una citazione:

“Il problema della disoccupazione di massa , strutturale, di lungo termine, che a metà degli anni ottanta appariva ormai radicato nelle nostre società europee si colloca a cavallo di molteplici fenomeni e presenta le più diverse facce. Accanto alla perdita del posto di lavoro per effetto del ridimensionamento di settori produttivi tradizionali e del ricorso a tecnologie più avanzate, il rifiuto di lavori pesanti o mortificanti; accanto al divario tra qualifiche professionali richieste e qualifiche disponibili sul mercato; la persistente rigidità di concetti e di norme in materia di posto di lavoro e tempi di lavoro; (…).” (Tratto dal saggio: “Oltre i vecchi confini”, Mondadori 1989, Giorgio Napolitano)

Caro Presidente, noi ce la faremo ancora, ce la dobbiamo fare, e tutti assieme…

Il Presidente del Polo Tecnologico di Pordenone
Nicola Zille

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